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  • Anno Sociale 2007 - 2008
Mar, 20/11/2007

I Martedì di San Domenico

Gli spazi si raccontano - I

 

Al di là dell'Adriatico

Per la prima tappa di «Gli spazi si raccontano» - il percorso che sta caratterizzando questo anno sociale del Centro San Domenico - siamo partiti dall'altra sponda dell'Adriatico (per tanti di noi, ancora "l'ex-Iugoslavia"), al seguito di tre viaggiatori di profonda sensibilità quali possono esserlo solo gli artisti. Per primo ci ha preso per mano lo scrittore Giacomo Scotti. Ci ha detto del suo sgomento di "fratello adottivo" (lui che, nato a Napoli, viveva a Fiume dal 1947) quando all'inizio degli anni Novanta ha visto i suoi fratelli croati, serbi e bosniaci improvvisamente (ri)scoprirsi nemici, uccidersi a vicenda, diventare un "noi" e un "loro". Lapidaria la sentenza che uno scrittore bosniaco ha stilato sul suo diario di prigionia nel campo croato di Slavonski Brod, nel 1992: "Tre cose a questo mondo hanno il sapore della sconfitta: la fame, la sete e la vergogna. L'acqua e il cibo ce li daranno, ma ho paura che la vergogna sopravviverà in tutti noi". E dunque ci ha invitato a fermarci in Bosnia, "una terra complicata", per intenderla bisogna viaggiare anche nel tempo, ritornare fino a Diocleziano e alla divisione tra Impero d'Occidente e Impero d'Oriente, che passava proprio per questa regione. A partire da Diocleziano, il viaggio in Bosnia è continuato con l'architetto Nihad Cengic, che a Sarajevo ci è nato e oggi ci lavora per riportare all'antica bellezza i monumenti e le opere d'arte sfregiati dalla guerra. "Questa terra - ci ha spiegato con un tono e un accento difficili da dimenticare - talmente bella da invidiarla, non so quando fu maledetta, perché non è esclusiva: non per religione, non per cultura; una semplice terra troppo bella per perderla". E ci ha illustrato le immagini del restauro del monastero sufi di Sarajevo (il sufismo, che insegna la concordia interreligiosa, è un volto dell'islam che i media mostrano raramente), con le sue pareti fitte di splendide calligrafie crittografiche che ripetono: "Non c'è altro dio che Dio". "Non sono mai stata in Bosnia", ha esordito da ultima la fotografa polacca Monika Bulaj - e intanto scorrevano le sue intense immagini -, "ma ho attraversato per molti anni le frontiere dell'Europa orientale, che partono dal Baltico, attraversano Polonia, Bielorussia, Ucraina, si allungano verso il mar Nero e mar Caspio, si appoggiano sul Caucaso, confine d'Europa per eccellenza, scendono verso Istanbul e terminano proprio nell'Adriatico, in Albania". Un viaggio che ha definito "molto istintivo, dietro storie invisibili, in luoghi dove non avviene praticamente nulla", ma dove questa artista ha fermato straordinari esempi di sopravvivenza di minoranze la cui fede viene erroneamente bollata come folcloristica: dai chassidim dell'Ucraina, ai vecchi credenti sul delta del Danubio, alle feste dei morti nell'Azerbaigian sunnita. Immagini facili da coniugare con la poesia del mistico Ibn Al-Arabi (1165-1240), citata poco prima da Cengic: "Il mio cuore è divenuto capace di accogliere ogni forma / è un pascolo per le gazzelle, / un convento per i monaci cristiani / è un tempio per gli idoli, / è la Ka'ba del pellegrino / è le tavole della Torah, / è il libro del Sacro Corano. / Io seguo la Religione dell'amore, / quale mai sia la strada / che prende la sua carovana: / questo è mio credo e mia fede".
Guido Mocellin

 

Partecipanti: 

Bulaj Monica
Cengic Nihad
Scotti Giacomo
Cicala Valeria

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