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Mercoledì all'Università
C'è una verità anche per la fiction?
Le menzogne del Codice da Vinci
Franco Cardini, che insegna Storia Medievale a Firenze, nota che, in modo inversamente proporzionale alla crisi della Storia come disciplina, si assiste in questi anni a uno straordinario successo di forme alternative, un supermarket in cui romanzieri, cineasti, divulgatori mediatici, rimasticatori di ogni risma imperversano allegramente. D'altronde, a parte alcune bestialità facilmente confutabili, non è agevole smascherare una falsificazione storica, perché la Storia è sempre in fieri, è continua ricostruzione. Come mai Il codice da Vinci ha avuto tanto successo in Italia (e meno, per esempio, nei Paesi del Nord Europa)? Il pubblico italiano è particolarmente indifeso di fronte alle grandi questioni culturali, molti cattolici praticanti non conoscono le Sacre Scritture e dunque cadono facilmente in trappole volgari. La lettura gnostica dei vangeli, i segreti lasciati da Gesù agli apostoli, la "pistis sophia" sono questioni antiche, mentre il Priorato di Sion (sorta di benefico parafulmine dell'Umanità, in opposizione al grande Satana che sarebbe il Vaticano) è un'invenzione di un ex collaborazionista francese intorno agli anni '50 del Novecento, che, unita al racconto de Il Santo Graal (pubblicato da tre personaggi della BBC nel 1979), ha fornito abbondante ispirazione a Dan Brown, la cui furbizia è stata di miscelare tre elementi: l'iconoclastia, lo scoop storico, la rivendicazione del ruolo della donna. In particolare, l'idea che per due millenni si sia tenuto nascosto che Gesù ha fondato il sacerdozio su base essenzialmente femminile ha molto attecchito negli Usa, e di conseguenza in Italia (purtroppo, noi non possiamo non dirci americani). La mediocrità del libro di Dan Brown non meriterebbe commenti ulteriori, se l'autore non avesse commesso il peccato imperdonabile (nella prima edizione inglese, poi emendata) di garantire un fondamento storico a tutto ciò che narra. Ed ecco appunto che il successo del libro e la credulità che ha generato scoprono una spaventosa voragine culturale.
Paola Rubbi, giornalista RAI e moderatrice della serata, confessa che, in quanto appassionata di gialli, ha trovato il libro di Dan Brown abbastanza noioso e si chiede: a parte la moda, a parte il prurito della facile scoperta di un arcano, può aver contribuito il successo di libri come Il Signore degli anelli e Harry Potter?
Marcello Fois, scrittore e sceneggiatore, chiarisce che la discriminante è sempre la qualità, e bisogna quindi distinguere tra ciò che implica un'accettazione bovina e ciò che porta dentro la possibilità di essere analizzato. La letteratura non ha il dovere della verità ma solo della verosimiglianza, il vero punto è l'etica, ovvero come ci si siede a scrivere il proprio libro. Bisognerebbe trattare male non solo Brown ma anche Grisham e perfino Faletti, tutti coloro cioè che "svendono" il racconto infarcendolo di banalità e di inesattezze. Borges fu un grande turlupinatore, Rushdie fu narratore "eretico" fino a trovarsi vittima di una fatwa, ma si tratta di casi imparagonabili, appunto per l'onestà e la qualità del loro lavoro. L'Italia è effettivamente un Paese privo di anticorpi, facile vittima di quel vago impeto neocolonialista che è conseguenza diretta del potere estremo del mercato editoriale americano. Ormai le grandi case editrici, cinematografiche e televisive Usa realizzano solo prodotti su scala planetaria, anche noi siamo nei "focus club" di quelle grandi multinazionali: Il Codice da Vinci, come altre operazioni, è stato confezionato attraverso una serie di stages per stabilire l'argomento giusto, il taglio stilistico, il lancio. Dato dunque che siamo ormai come i Greci per i Romani, dovremmo tentare di esserlo fino in fondo, e cioè condizionandone la cultura piuttosto che facendocene condizionare. Il fenomeno Dan Brown ci mette invece davanti a una sconfitta, a uno scenario in cui il lettore non sceglie ma semplicemente subisce. Un libro però è "pericoloso" solo in quanto è inerme la testa di chi lo legge. L'obiettivo è quindi uno solo: riprendiamoci la testa.


