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Mar, 06/11/2007

I Martedì di San Domenico

Donato o perduto

La solidarietà, una risorsa per la ricerca e terapia con le cellule staminali

 

Centrale nel confronto pubblico che ha preceduto, nel 2005, il voto per il referendum sulla legge 40, il dibattito sulle cellule staminali embrionali nel nostro paese ha assunto talora - ha detto il prof. Maurizio Malaguti introducendo i due relatori - i tratti di una "guerra di religione". Che si tratti invece, più probabilmente, di una guerra commerciale lo ha lasciato intendere il prof. Carlo Ventura, direttore del Laboratorio di Bioingegneria delle cellule staminali dell'Università di Bologna, mostrando come la ricerca sul possibile utilizzo delle cellule staminali embrionali per la cura di svariate patologie, anche gravi, ricade sotto le stesse normative giuridiche che regolano la ricerca sui farmaci, a cominciare dalla possibilità di brevettare e quindi sfruttare commercialmente gli eventuali risultati. Non è così, invece, per le cellule staminali cosiddette "adulte", quelle cioè provenienti dal cordone ombelicale. Esse, alla pari di quelle presenti nell'embrione, sono totitpotenti, capaci cioè di sviluppare tutti gli organi, e sono in grado di "parlare" al tessuto che le riceve, insegnandogli a "ripararsi". Ma, diversamente da quelle embrionali, non danno rigetto, né degenerazione tumorale. Da ultimo, le cellule staminali adulte, ha sostenuto il prof. Ventura, essendo già fornite come tali dalla sorgente, non possono essere brevettate (possono esserlo solo le molecole con le quali si cerca di differenziare questa cellula, ma in questo caso però, più che di un guadagno, si dovrebbe parlare di costi iniziali). Qualora invece le grandi imprese farmaceutiche riuscissero a modificare una staminale embrionale umana, risolvendo i problemi attuali (e finora gli studi sono stati condotti solo sui roditori), essa diventerebbe una cellula modificata e quindi brevettabile in quanto tale. Sarebbe un guadagno il semplice fatto di coltivarla e di espanderla in laboratorio... Da questa analisi di tipo scientifico è emersa già con chiarezza la necessità di una maggiore sensibilizzazione in ordine alla possibilità, oggi fattasi concreta in Italia, che una donna, al momento del parto, doni il proprio cordone ombelicale, "dando così continuità nel tempo a quell'atto d'amore che è la gestazione". Il dott. Vittorio Riguzzi, saggista e conferenziere, presidente dell'Associazione culturale "Mondotre", ha preso le mosse di qui per condurre i presenti lungo una riflessione - tanto più originale quanto più essa è parsa fondarsi su premesse culturali sostanzialmente laiche - sul "dono". Pratica sociale comune a tutte le società, il dono è uno scambio che crea un tessuto connettivo: chi dona crea una sorta di obbligazione, quell'atteggiamento di gratitudine o "debito morale" che verrà riequilibrato solo quando il destinatario del dono si farà a sua volta donatore. E dunque il sentimento di letizia che spesso caratterizza colui che dona - e in specie colui che dona un organo, per tornare al centro di questa serata - si fonda su questa consapevolezza: che al dono risponderà una restituzione, che il "perduto" verrà "ritrovato" in qualche altra parte dell'umanità cui appartengo.
Guido Mocellin

 

Partecipanti: 

Riguzzi Vittorio
Ventura Carlo

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