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Mercoledì all'Università
Eutanasia e testamento biologico
Voler vivere, voler morire
Altri autori
Paolo Cavana, Elena Colombetti, Alessandro Faenza
Alessandro Faenza, che insegna Chirurgia vascolare e flebologia a Bologna, distingue: il testamento biologico è una conquista, un'evoluzione del rapporto medico-paziente, un'estensione del consenso informato, e rappresenta un problema più tecnico che etico; l'eutanasia è invece un dilemma davanti a cui si è posti quando persone non curabili sono però mantenute in vita grazie alle nuove acquisizioni mediche.
Elena Colombetti, che insegna Filosofia morale a Milano, preferisce a "testamento" la dicitura inglese living will (direttive anticipate), che comunque non attenua la difficoltà di prevedere non solo le proprie condizioni ma i futuri sviluppi della medicina. Tra l'accanimento e l'abbandono terapeutico si situa una proporzionalità di trattamenti, la cui sospensione viene a volte equiparata impropriamente all'omissione di soccorso. La domanda-chiave resta una: è lecito dare direttamente la morte? la vita umana è disponibile? La prospettiva attuale offre una forte struttura procedurale senza determinare i contenuti (affidati all'autodeterminazione). Ma quando il paziente chiede di morire, è sufficiente la sua volontà per legittimare l'autodeterminazione? Bastano alcuni esempi (scuola dell'obbligo, sfruttamento della prostituzione) per comprendere come sia necessario stabilire un contenuto minimo non negoziabile, per tutelare anche coloro che si trovano in una situazione debole. E il contenuto minimo è l'illiceità di dare morte. Se non si accetta questo, si finisce in certi casi per considerare atto non-misericordioso il non dare la morte.
Paolo Cavana, che insegna Diritto ecclesiastico a Palermo, ribadisce la distinzione fra eutanasia "attiva" (l'omicidio pietoso o mercy killing) e "passiva" (rifiuto di cure da parte del paziente), con le varianti di volontarietà e non-volontarietà. Non si può imporre di curarsi a un soggetto capace e cosciente, ma se il paziente è incapace di intendere (o di comunicare le sue intenzioni) scattano valutazioni diverse, a seconda della cultura in cui si vive. Il criterio anglosassone è quello di valorizzare al massimo la volontà del soggetto, e quindi anche di ricostruirla o di ipotizzarla. Il criterio scandinavo è di valutare anche il dispendio economico (per esempio, i pazienti in stato vegetativo persistente) e di affidare dunque al medico la facoltà di stabilire il best interest per il paziente. Entrambi i criteri sono difficili da recepire nell'ordinamento italiano, molto più legato all'inviolabilità della persona. In Francia, nel 2000, il Comitato Nazionale di Bioetica ha formulato un'eccezione di eutanasia in casi particolarissimi (dolore insopportabile) per cui ci si affida alla valutazione del giudice: tale eccezione potrebbe costituire un precedente da non sottovalutare.
Colombetti ribatte che il dolore si tratta con la terapia del dolore, non con l'eutanasia. Accettare di aiutare un uomo a morire è ucciderlo due volte: la seconda materialmente, la prima riconoscendo che la sua vita non ha più valore.
Cavana riconosce che in Olanda, Belgio e Svizzera (dove è legale l'eutanasia attiva) rischiano di prevalere considerazioni troppo utilitaristiche, legate anche ai costi di gestione.
Secondo Colombetti, lo stato vegetativo persistente, che poi si trasforma in permanente, non esige terapie ma solo idratazione e igiene. Esistono appunto malati cronici ma non terminali: nei loro confronti l'eutanasia si configura come vero e proprio omicidio.
Faenza conclude accennando alle proprie esperienze di medico e ai casi penosi che si devono affrontare: il contatto quotidiano con le situazioni estreme modifica la sensibilità e dunque rende traballanti molti principi che a parole sembrano ben saldi nelle loro radici.


