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Mar, 27/01/2004

I Martedì di San Domenico

Le fughe di Giona - 1

 

Giona, il profeta suo malgrado

Riflettere sulla necessità di rispondere sì quando invece la tentazione è rispondere no. Così Diana Mancini invita ad avvicinarsi al breve ciclo sulle fughe di Giona, di cui il primo incontro propone una "lettura" a partire dall'esame del testo biblico.
Bruna Costacurta, docente di Sacra Scrittura alla Gregoriana di Roma, fa rilevare innanzitutto lo stile fiabesco, quasi sereno del racconto, che però, improvvisamente, va a toccare il tema esplosivo del perdono dei nemici. Giona, profeta di Israele, viene inviato a Ninive perché induca i Niniviti a pentirsi e a fare penitenza. Ninive, capitale degli Assiri, è il nemico per eccellenza di Israele, il paradigma di tutti gli incubi, il mostro da odiare. Una missione inaccettabile per Giona, che fugge lontano dal Signore, secondo una progressiva discesa fino alle soglie della morte. Nemmeno di fronte alla tempesta, che assale la nave, Giona fa il profeta (e profeta non è tanto colui che vede il futuro, ma colui che vede il presente meglio degli altri, perché vede la realtà nel suo senso profondo, oltre l'apparenza). Accetta però di essere gettato in mare, riconoscendo quindi l'accusa di Dio e provocando - suo malgrado - la conversione dei marinai. Dopo tre giorni e tre notti trascorsi nel ventre del pesce, Giona obbedisce a Dio e va a predicare a Ninive. Ma, in quanto profeta, sa bene che la minaccia di Dio ("ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta") è in realtà l'annuncio del tempo di grazia. Giona vorrebbe annunciare la morte, ma sa che sta annunciando la vita, per cui esegue il mandato ma poi si ritira, se ne va ai confini della città. Accusa Dio di lasciarsi impietosire, di offrire la salvezza a chi non la merita. La fatica della fede in Giona trova infine espressione nella sua rabbia per il ricino disseccato, l'innocente pianta che gli dava ombra. Dio replica: ti rattristi per la pianta di ricino che non sei tu che l'hai fatta e io non dovrei rattristarmi per una città di 120.000 persone che non sanno distinguere tra la destra e la sinistra?
La domanda finale di Dio rimane senza risposta, nel libro, perché la risposta non tocca a Giona ma a chi legge il libro. La domanda dunque è: è giusto perdonare i nemici? ci sta bene un Dio che si spinge fino a tanto?
Dio offre perdono e salvezza ma è necessario che l'uomo riconosca che ne ha bisogno. Occorrono persone che aiutino gli uomini a riconoscere la potenza autodistruttiva del male perché così se ne possano lasciare liberare (questo è lo scopo delle profezie, questo è quello che fa Gesù, l'ultimo profeta). Noi nono siamo perfettamente consapevoli di che tipo di forza mettiamo in moto quando facciamo il male ("perdona loro, perché non sanno quello che fanno"). Tutto l'Antico Testamento, completato dall'opera dell'Unico Vero Innocente (che facendosi vittima del male di tutti cambia la nostra colpa) è il tentativo di persuadere gli uomini che il desiderio di giustizia non deve guardare alla "giustizia retributiva" bensì a una giustizia che a partire dagli innocenti (vedi l'intercessione di Abramo per Sodoma e Gomorra) recupera i colpevoli. Questo è il dilemma che fa fuggire Giona (e noi con lui): vogliamo una giustizia che punisce i colpevoli o una giustizia che rende i colpevoli innocenti?

 

Partecipanti: 

Mancini Diana
Costacurta Bruna

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