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Mar, 22/02/2011

I Martedì di San Domenico

 

I comandamenti di Dio

Il ciclo di Martedì pensato come ricognizione dei valori del postmoderno giunge stasera a una prima conclusione esordisce p. Bertuzzi mettendo a confronto con la cultura dei nostro giorni il Decalogo, come sta facendo anche Il Mulino attraverso una recente e fortunata collana affidata a coppie di pensatori tra i più prestigiosi della cultura laica, ebraica e cristiana. Due di essi infatti, gli autori de Il sono il Signore Dio tuo, sono qui con noi. Cosa è un comandamento?, esordisce mons. Piero Coda, teologo, preside dell'Istituto universitario Sophia. Lo si può definire come l'imposizione autoritativa di un precetto da parte di un'autorità sovrana nei confronti di un'altra autorità dipendente, ma con la consapevolezza che tale definizione è assai ardua. Essa infatti mette in campo tre antinomie, che però è necessario rimettere a fuoco, per ritrovare ciò che il comandamento ci pone di fronte in maniera irrevocabile. In primo luogo quella tra eteronomia e autonomia. I comandamenti vengono da Dio, dal totalmente altro. Ma nello stesso Antico Testamento c'è un varco aperto: il comandamento è declinato nella forma dell'alleanza, che dice di una reciprocità, per quanto asimmetrica. Dio rimane Dio, ma si co-implica in questa relazione, e infatti i profeti, dopo Babilonia, diranno che la legge posta su tavole di pietra va scritta dentro il cuore degli uomini. La seconda antinomia è tra il non e il sì. Il non del comandamento è un'interruzione, pone un divieto, ma è anche un richiamo alla coscienza della libertà, della decisione, della responsabilità, è lo spazio della relazione con l'altro, con il distinto: l'uomo non è Dio, Dio non è l'uomo. E nella luce del Nuovo Testamento questo non attraversa anche la vita di Dio stesso, del Figlio fatto carne, che trova se stesso nel fare non la sua volontà ma quella del Padre. La terza antinomia è tra molteplicità e unità, cioè tra la pluralità di espressioni dell'esistenza umana e ciò che nell'intenzione di Dio e, soggettivamente, dell'uomo, vi sta dentro. È la risposta che dà Gesù alla domanda sul comandamento grande: c'è un comandamento che è mio ed è nuovo, amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Significa che la reciprocità diventa la grammatica della relazione interpersonale, lo spazio di tutti i comandamenti. In Paolo - conclude il prof. Coda queste tre antinomie si coniugano nell'antinomia radicale tra legge e grazia: la legge dev'essere vinta e crocifissa nella grazia, per non diventare la condanna dell'uomo stesso. Anche il filosofo prof. Cacciari si propone di leggere il comandamento in un contesto relazionale. Non vi può essere un comando se non vi è un obbediente, esordisce, e chi comanda dipende dall'obbediente che obbedisce. È una relazione che non vuole l'obbediente passivo, ma pronto all'ascolto, fino all'affermazione che Dio scrive il comandamento nel cuore dell'uomo. È a partire da qui che, nella modernità, il comandamento diventa la virtus che io mi do sulla base dell'imperativo che ho nel mio cuore. Ma che comandamento è un comandamento che programmaticamente annulla ogni dimensione di trascendenza?. Se poi passiamo a riflettere sul fatto che nella traduzione greca dei LXX comandamento è tradotto con logos, parola, discorso, comprendiamo che questo Dio presuppone l'ascolto, ha esigenza di essere ascoltato, vuole l'ascolto, non l'obbedienza servile. Ma un Dio che vuole l'ascolto deve essere un Dio che ha ascoltato: la filosofia deve imporre questa domanda, se Dio è logos; deve porsi il problema dell'ascolto di Dio di qualche cosa. Come è logos il comandamento di Dio, così il logos deve essere stato ascolto, e questo qualcosa che Dio ha ascoltato non ci è rivelato, però c'è. Un dimensione che non ci viene rivelata. Il logos che noi ascoltiamo è la conclusione di Cacciari non è dunque in alcun modo intendibile come piena ed esaustiva rivelazione di Dio, perché lì non ci viene detto ciò che Dio ha ascoltato. Non siamo più sotto la legge perché abbiamo compreso che la legge non è tutto Dio. Ed è questo il vino forte della grazia, come diceva Karl Barth: che la salvezza non viene dalle opere e neanche dall'obbedienza al logos, ma viene dal logos che guarda a prima di sé e ascoltando non sappiamo cosa si rivolge a noi, e da quel fondo viene la salvezza.
Guido Mocellin

 

Partecipanti: 

Cacciari Massimo
Coda Piero
Bertuzzi Giovanni

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