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Mercoledì all'Università
Il DNA della nostra Repubblica
La riforma della Costituzione e i suoi limiti
Francesco Di Matteo, coordinatore dei Comitati Dossetti per la Costituzione e moderatore della serata, avverte che la riforma appena approvata in Parlamento sarà con ogni probabilità sottoposta a referendum entro il giugno 2006: si dovrà decidere sulla variazione di 53 articoli, un pacchetto che andrà forzatamente accettato o respinto senza distinzioni, in modo plebiscitario. La cosa, tra l'altro, urta con le norme sui referendum (proporre quesiti chiari e semplici) e soprattutto con l'art. 138 della Costituzione, che non prevede "riforme" strutturali della Costituzione stessa, ma solo revisioni circoscritte.
Giuseppe De Vergottini, che insegna Diritto Costituzionale a Bologna, conferma che l'inadeguatezza dell'art. 138 produce esiti paradossali: riforme approvate come leggi ordinarie, da una sola parte politica, poi applicate/usufruite da chi subentra (2001 e - forse - 2006); riforme costruite su schema elettorale maggioritario, poi parzialmente messe in discussione da nuova legge elettorale. Il testo attuale, per via di una qualità di stesura pessima, presenta purtroppo intrinseche contraddizioni, non sempre focalizzate dai media, che preferiscono insistere sulla cosiddetta devolution. In realtà, il testo propone un federalismo assai moderato, che in parte ripara i difetti della nebulosa riforma 2001 sull'art. 5 e addirittura resuscita il concetto di "interesse nazionale". Invece è assai lacunoso e addirittura pericoloso ove definisce il nuovo Senato, poiché - con il proposito di smontare il bicameralismo paritario - disegna un organismo ambiguo, in grado tuttavia di provocare uno stallo nell'iter legislativo. Quanto al cosiddetto premierato, che amplia i poteri del Presidente del Consiglio in buona parte a scapito del Presidente della Repubblica, riserva però a quest'ultimo il potere spaventoso di togliere d'impaccio il governo - nel caso in cui appunto il Senato lo blocchi - con una "questione di programma" proposta dal Presidente del Consiglio su autorizzazione appunto del Presidente della Repubblica. Ma il problema di fondo, al di là dei contenuti, è ovviamente che una riforma vera e propria pretende il consenso più ampio possibile: dunque o si modifica l'art. 138, prevedendo una revisione con il sì di 2/3 Parlamento e referendum obbligatorio, o si va verso una nuova Assemblea Costituente (ipotesi per ora improbabile). La cosa peggiore del dibattito di questi anni, comunque, è la progressiva svalutazione e delegittimazione della Costituzione, fenomeno che distorce e imbarbarisce la percezione del cittadino.
Angelo Panebianco, noto politologo e docente di Relazioni Internazionali a Bologna, ricorda che la discussione sulla necessità di una riforma dura da oltre vent'anni ed è frutto di quella crisi di governabilità di cui già si parlava nel 1970. Il fallimento di due Commissioni (Bozzi e Jotti) e della Bicamerale ha infine spinto la maggioranza di turno a muoversi senza l'auspicabile consenso allargato. La proposta di oggi, che non è realmente federalista (non contempla il federalismo fiscale, senza il quale le competenze possono poco), ruota soprattutto intorno al rafforzamento dei poteri del Primo Ministro, che in Italia è sempre stata una figura relativamente debole (fin dallo Statuto Albertino) per via anche del "complesso del tiranno" (non così però in Germania e in Spagna, che pure vissero fasi analoghe alla nostra). Il premierato appunto, che in origine è la risposta DS al presidenzialismo proposto da AN in Bicamerale, può essere criticabile in alcuni passaggi ma - come dimostrano Gran Bretagna e di recente anche Svezia - garantirebbe un'enorme stabilità di governo (pre-requisito di efficienza), se non fosse minacciato da possibili ricatti di gruppi ristretti (favoriti dalla nuova legge elettorale) e soprattutto dalla temibile configurazione che si vuole attribuire al nuovo Senato. Il senato sembra effettivamente il punto dolente, tanto che non è difficile prevedere una netta affermazione dei "no" al prossimo referendum, un "no" che raccoglierà vocazioni diverse e che rimanderà la questione di altri vent'anni. Sarebbe preferibile poter votare "sì", poiché evidentemente questa prolungata esigenza di riforma scaturisce da problemi reali, ma non si può rischiare di avallare un assetto che probabilmente porterebbe alla paralisi istituzionale. Beati quei Paesi - e ce n'è più di uno - che aggiornano e modificano la Costituzione quasi ogni anno, senza fare drammi.


