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I Martedì di San Domenico
La questione psichiatrica
Tra salute mentale e abbandono sociale
Tra i molti trentennali politici e sociali che questo 2008 ci suggerisce di celebrare (dal rapimento e assasinio di Aldo Moro, alla legge 194 sull'aborto, alla morte di Paolo VI e ai due successivi conclavi), rientra con buona ragione anche la cosiddetta "legge Basaglia", ovvero la legge 180 che disponeva la chiusura dei manicomi. Con il desiderio e l'intento di onorare la memoria di Giuseppe Bottazzi, medico e psichiatra da poco scomparso, sono venuti al Centro San Domenico a confrontarsi con i tre decenni di applicazione di quella legge e più in generale sulla "questione psichiatrica tra salute mentale e abbandono sociale" due figure, entrambi medici psichiatri, emblematiche dei diversi atteggiamenti con cui quella legge fu accolta: Gino Zucchini e Giovanni De Plato. È tempo, secondo Zucchini, di far cadere quella domanda - "sei favorevole o contrario ai manicomi?" - che fin dagli anno Settanta ha strozzato il dibattito, e di distinguere tra la pars destruens del movimento antimanicomiale, ancor oggi chiara e accettabile, e la pars construens, assai carente, e non per le resistenze poste nell'applicare la legge, bensì per il suo limite di fondo: quello di mettere tra parentesi la "malattia mentale", in quanto menzogna e mistificazione, e dunque di eclissare il diritto del malato mentale a essere curato e assistito, che nel suo caso significa contenere (fisicamente, come si faceva, o chimicamente, come si fa oggi) la sua patologia, la sua distruttività. "Non legavamo al letto il paziente, ma la sua violenza, la sua angoscia; e per ogni paziente legato si `legava' anche il suo medico o infermiere", ha concluso Zucchini: "Di chi è la competenza se scoppia la contraddizione tra volontà e salute?". Per De Plato, invece, quella domanda era ineludibile, come lo era il confronto tra la psichiatria, da un lato, e dall'altro la psicanalisi, l'antropologia, la psicologia: un approccio complesso, multidisciplinare, che l'ospedale psichiatrico non poteva più contenere, neppure se riformato nella direzione in cui lavoravano uomini come Giuseppe Bottazzi. La risposta costruita dopo la riforma del 1978, mirando a ricomporre la divisione mente-corpo, ha collocato la salute mentale come parte costitutiva della salute tout-court, e infatti la stessa legge 180 giunse come esito di un lungo processo avviato dal riconoscimento, dieci anni prima, della "volontà" del paziente con disturbi mentali, e dalla contestuale istituzione dei "centri di igiene mentale". È vero che oggi in alcune regioni il funzionamento di questi centri è tutto da verificare; ma è anche vero che in altre, come la nostra, il livello è alto, sebbene la psichiatria non debba sottrarsi, come tutta la medicina moderna, alle opportune verifiche di "efficacia del trattamento". La sfida, oggi, risiede dunque - ha concluso De Plato prima di consegnarsi con Zucchini alle numerose ed esigenti domande del pubblico, tra cui molti familiari di malati - nella capacità dei servizi di recepire l'innovazione, di rispondere alle nuove forme di sofferenza, come le patologie che toccano gli adolescenti (violenza, antisocialità) o il consumo sempre più generalizzato di farmaci ansiolitici e antidepressivi. "Una valanga di sofferenza ci sta seppellendo: dobbiamo incontrarci sulla necessaria polivalenza della cura della malattia mentale".
Guido Mocellin


