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Mar, 30/03/2010

I Martedì di San Domenico

Le ultime sette parole del nostro Redentore in CroceF.J. Haydn (1732-1809)

Altri autori

Giacomo Tesini, Timoti Fregni, Michal Duris, Tommaso Tesini, Pietro Traldi

 

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Le ultime sette parole del Nostro Redentore in Croce occupano nel ricco catalogo di Haydn un posto singolare: opera unica, difficilmente inquadrabile in un genere, di grande successo all'epoca, ma in seguito piuttosto trascurata. Il lavoro trae origine da una commissione arrivata nel 1785 a Esterhàza, dove Haydn lavorava al servizio di Nicolaus Esterhàzy, dalla lontana Cadice: è uno dei primi riconoscimenti europei e il compositore, nonostante l'eccentricità della richiesta, si mette subito al lavoro. Si trattava in pratica di comporre una serie di sette brani adatti ad accompagnare la meditazione dei fedeli partecipanti ai riti del Venerdì Santo, nel corso dei quali venivano lette e commentate le Sette parole di Gesù sulla croce, secondo la versione latina della tradizione biblica; tra l'una e l'altra di esse trovavano posto alcuni minuti di riflessione che la musica richiesta avrebbe dovuto accompagnare. L'idea di Haydn è quella di svolgere ogni brano (che chiama «Sonata») a partire da una frase musicale adatta all'enunciazione del testo parallelamente sottinteso. Questa frase circola poi, variamente elaborata, all'interno di ogni brano che se ne sostanzia; alla prima esecuzione (Venerdì Santo del 1786) l'incipit delle frasi venne effettivamente, su richiesta del compositore, scritto sotto la parte dei primi violini perché essi cercassero di rendere la cantabilità insita nella melodia strumentale ad essi assegnata. Haydn incornicia i sette adagi premettendo ad essi una Introduzione e facendoli seguire da un drammatico Terremoto (Matteo, 27, 51 e seguenti). La versione originale è per orchestra, ma l'anno stesso della pubblicazione (1787) Haydn approntò una trascrizione per quartetto d'archi, quella qui eseguita; se ne fecero diversi arrangiamenti pianistici (uno anche di Pleyel per il mercato parigino); in seguito (1796) Haydn trasformò l'originale in un oratorio, cosa già senza autorizzazione realizzata da altri, utilizzando un testo scritto da Gottfried van Swieten. L'esecuzione puramente concertistica della composizione aggrava senza dubbio i problemi che già Haydn aveva ben presenti al momento di accettare la commissione: «Non era una cosa semplice far seguire sette adagi di una decina di minuti ciascuno senza stancare gli ascoltatori.» La defunzionalizzazione dei brani evidenzia l'uniformità della struttura strofica connessa con la scelta compositiva di Haydn, il quale sembra aver cercato di ovviare in due modi: impostando i pezzi in tonalità anche molto lontane fra loro onde produrre forti cambiamenti di colore armonico, e inserendo sezioni musicali decisamente impregnate di galanteria, che, se da una lato apportano varietà, dall'altro appaiono un po' spaesate. Ci sono anche sviluppi musicali legati alle suggestioni del testo evangelico. Per esempio nel n.2 «Hodie mecum eris in Paradiso» il motivo di partenza enunciato in piano, e in modo minore (do minore), dà l'idea di un momento nel quale il ladrone non si rende ancora conto della grazia ricevuta. Poco dopo, lo stesso motivo si tramuta in una dolce cantilena in modo maggiore (mi bemolle maggiore), quindi più sereno. Lo sviluppo alterna le ombre della morte con l'idea della luce del paradiso che alla fine prevale in un chiaro do maggiore: con semplici mezzi Haydn cerca di comunicare «da cuore a cuore» secondo una sua espressione. I singoli brani vivono di vita propria: in genere la trasmigrazione dall'uno all'altro di cellule melodiche appare piuttosto casuale che volutamente ricercata per dare un senso di ciclicità, tranne forse che tra la Sonata III «Mulier ecce Filius tuus» e la Sonata V «Sitio»; non più che una curiosità è la comparsa nella Sonata II «Hodie mecum» e la Sonata IV «Deus meus» di una frase di quattro battute che ritorna nel famoso inno austriaco variato poi nel Quartetto «Imperatore». Un posto a sé occupa il finale Terremoto, ingenua, ma efficacissima pittura musicale, che annuncia i felici esisti “naturalistici” degli oratori della tarda produzione di Haydn.

 

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