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I Martedì
L'insensata speranza dei giusti
“Salvatori di vite umane perseguitate per la nazionalità, il credo politico, le idee; sostenitori della verità e della libertà là dove vengono negate; difensori della propria dignità in situazioni estreme”. Con queste parole p. Bertuzzi ha descritto gli “uomini giusti” di cui si è scelto di parlare in questo “Martedì” di fine gennaio, che si è svolto in prossimità del “Giorno della memoria” (27 gennaio). E subito ha dato la parola a Gabriele Nissim, giornalista, saggista e storico (suo il recente La bontà insensata. Il segreto degli uomini giusti, Mondadori, Milano 2011), nonché presidente del Comitato per la Foresta dei Giusti - Gariwo.
Tre sono stati i personaggi esemplari che Nissim ha indicato, accomunati dalla consapevolezza che sempre “ci saranno uomini giusti che appaiono sulla scena e che sono capaci di ribaltare la storia”. Il primo dei tre “testimoni” è stato lo scrittore russo Vasilij Grossman, autore del romanzo Vita e destino, in cui mostra come i totalitarismi, del cui fascino l’umanità continua a mostrarsi vittima, non riescono tuttavia a cambiare fino in fondo la natura umana. Il secondo è stato la filosofa Hannah Arendt, che, nella sua celeberrima opera su La banalità del male (1963), pose il problema, ha spiegato Nissim, di come “valori come non uccidere possono essere capovolti da un giorno all’altro; e tuttavia sempre ci sono uomini in grado di attivare l’antidoto rappresentato dal saper pensare e giudicare. Il terzo è Moshe Bejski, presidente per 25 anni (1970-1995) della Commissione dei giusti che vengono onorati piantando un albero a Yad Vashem (Gesuralemme): “un pescatore di perle”, di quelle storie nascoste che “salvano la speranza del mondo”.
Su questo aspetto si è inserito il secondo relatore di questo intenso “Martedì”, Piero Stefani, docente di Ebraismo alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale. “Vi è stato ricordato adesso con molta efficacia che il giusto salva la dignità umana e con essa salva il mondo – ha esordito –. E si giunge a dire che potrebbe salvare anche Dio. Però il discorso mostra in modo esplicito che anche il giusto ha bisogno di essere salvato, perché occorre narrare quanto ha fatto. È vero che l’azione in qualche modo incide, che uno diviene quasi improvvisamente figlio, e non padre, del proprio agire. Così che può anche non riflettere, essere indotto ad agire sulla base di un sussulto della coscienza, non di una riflessione profonda. Ma questo incidere sulla realtà può essere fortemente indebolito, vanificato, se non è narrato. Per questo il libro di Nissim è integralmente coerente con quanto si propone. I giusti hanno bisogno di essere salvati perché ci interpellano. Trasmettere la loro azione è un modo di affermare la dignità umana”.
Dopo aver sottolineato come dal volume emerga che spesso la molla del giusto non è la perfezione, ma al contrario è una componente di contraddizione e di imperfezione, (che tuttavia rafforza la responsabilità personale), Stefani ha concluso attirando l’attenzione sulla solitudine del giusto: patire un isolamento è “tipico di chi esercita questa forma di giustizia”, ha affermato, sebbene “l’emarginazione in cui vive lo possa aiutare nel capire che lì c’è qualcosa di inaccettabile”.


