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  • Anno Sociale 2003 - 2004
Mer, 31/03/2004

Mercoledì all'Università

in collaborazione con Centro Cattolico Universitario San Sigismondo

Lo sport: scuola di etica o di vita?

Altri autori

Marco Calamai, Mauro Checcoli, Francesco Franceschetti, Enzo Lippa

Luogo dell'evento

Aula Barilla, Facoltà di Economia, Bologna

Il 2004 è stato dichiarato "anno europeo dell'educazione attraverso lo sport". Alcuni recenti casi di cronaca sportiva, però, hanno riproposto un dubbio di fondo: che cos'è lo sport? che cosa intendiamo per sport? Così esordisce Francesco Franceschetti, docente di teoria, tecnica e didattica degli sport all'Università di Bologna nonché presidente del CUS. E prosegue: va evidentemente rifatta la classificazione delle attività motorie (che include anche edonistica e salutistica), di cui lo sport è appunto solo una parte; va ripensata, forse, l'idea stessa di attività sportiva. Sport come business? Sport come spettacolo?
Mauro Checcoli, olimpionico di equitazione e presidente dell'Accademia Olimpica, replica con decisione: lo sport fa bene, il punto interrogativo va tagliato. Lo sport è qualcosa che mette alla prova, che spinge a fare di sé qualcosa di meglio di quello che si era. Insieme all'arte e alla politica, lo sport è una delle motivazioni forti della vita. I media parlano di industria sportiva, non di sport. Fino agli anni '60 prevaleva una forma dilettantistica, alla fine degli anni '80 quasi tutto il mondo aveva abbracciato la forma professionistica: questo comporta notevoli cambiamenti. In particolare, dove (come in Italia) lo Stato non si occupa di sport, l'educazione sportiva è giocoforza affidata ai privati: e lì il progressivo imporsi del modello aziendale ha intaccato alcuni principi. La tradizione morale (familiare/sociale) non costituisce quindi più un riferimento stabile, e invece è indispensabile recuperarla, perché lo sport continui a essere uno strumento cardine della formazione della persona.
Enzo Lippa, ex professionista di ciclismo, attualmente preparatore atletico nel settore nazionale giovanile, ribadisce che lo sport è fondamentale per abituare i giovani al sacrificio, allo stare insieme, al confrontarsi con gli altri. Chi fa lo sport con amore, riesce bene anche nel lavoro e nella vita. Sport è prima di tutto esprimersi con i propri movimenti, divertendosi. Solo in un secondo tempo può diventare un impegno. Confessa di essere uno dei tanti che in passato si è "dopato". Perché? Perché lo sport è diventato un lavoro, e il risultato condiziona il guadagno. Gli sponsor sono impietosi, e anche noi spettatori lo siamo, involontariamente. Così lo sport è inumano: già a quattordici anni i giovani migliori chiedono se possono prendere qualcosa per andare più forte. Sono spugne sempre spremute, non hanno più il tempo per divertirsi. Oggi gli atleti sono come motori di F1 e il doping (che, se fosse tassato come alcool e tabacchi, farebbe meno notizia) è semplicemente un additivo, sempre più indispensabile. Una soluzione ci sarebbe: separare nettamente le Federazioni, una per i dilettanti (educazione e divertimento), una per i professionisti (lavoro).
Marco Calamai, giocatore e allenatore professionista di pallacanestro, fa rilevare che "sport" non è più sinonimo di "gioco", non solo per colpa di chi lo racconta ma anche di chi lo gestisce. Il gioco è un bisogno fondamentale dell'uomo, mentre la continuità-ripetitività-ossessione non sono gioco. Racconta quindi la sua scelta personale: di fronte alla richiesta/obbligo di preparare giovani funzionali allo sport-spettacolo ha preferito rivolgersi al mondo dell'handicap dove ha trovato di nuovo la persona al centro dell'attività, ha trovato la felicità e il senso di comunanza dello sport. Su due punti è indispensabile lavorare: il senso dell'attesa (non tutto può venire automatico) e il rispetto dei tempi propri e altrui. Oggi invece i genitori per primi fanno pressioni per ottenere risultati a tutti i costi. Così la vera piaga non è il doping tra i professionisti, ma il consumo indiscriminato e privo di controllo tra i dilettanti. Sembrerebbe dunque che siamo a un bivio: palla al centro o persona al centro? Ma la risposta non può essere che una: persona con palla al centro.

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