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I Martedì di San Domenico
"L'uomo al punto" - 2
Morte e Letteratura
Due epoche, due autori: Daniello Bartoli e Dino Buzzati
Il secondo incontro del ciclo "L'uomo al punto" si apre con la lettura di alcune poesie dal libro Gemente Seflente di Zaira Schivi Finzi: inconsueto ma pertinente incipit lirico per una serata che prende in esame il binomio morte-letteratura, privilegiando - come ricorda Diana Mancini - solo alcuni esempi dallo sconfinato oceano dei testi in argomento.
Andrea Battistini, docente di Letteratura Italiana a Bologna, riferisce del gesuita seicentesco Daniello Bartoli dalla cui opera - L'uomo al punto, cioè l'uomo in punto di morte - è tratto il titolo del ciclo. Il punto di Bartoli non è solo quello che chiude la frase della vita ma è anche punto di mezzo, perno, epicentro intorno al quale gira il "circolo della vita", così che "morte" viene a essere patria, porto, meta, mentre "vita" equivale a esilio, cammino, giro di ruota, fumo all'aria. Il '600 è il secolo della Guerra dei Trent'anni, il secolo in cui la morte e i suoi simboli (scheletro, teschio, clessidra etc.) sono compagni di vita, interlocutori quotidiani. Ma il vitalismo stilistico di Bartoli e di molti suoi contemporanei mostra una coesistenza tra l'onnipresente senso della morte e l'amore per la vita e per il suo continuo ribollire, che sfocia in un caratteristico ossimoro barocco: vita come mascheramento della morte, morte come levatrice, humus in cui la vita si genera. Il '600 è infatti anche il secolo del dionisiaco abbandono, del trionfo sensualissimo del "punto" nelle rappresentazioni del martirio. Proprio Bartoli, nella sua opera maggiore (Storia della Compagnia di Gesù) dà un esempio dell'indugiare quasi compiaciuto sui particolari del martirio, particolari raccapriccianti ma non strazianti, perché il dolore è sentito come viatico per l'apoteosi dello spirito, come premessa di immortalità. Bartoli e il '600 sono quindi riusciti in ciò che La Rochefoucauld riteneva impossibile, e cioè "fissare" la morte, non distogliere gli occhi, anche se questo loro sguardo è sfumato, mitigato dalla speranza.
Maria Luisa Altieri Biagi, docente di Storia della Lingua Italiana a Bologna, dedica la sua riflessione a Dino Buzzati e in particolare al celebre romanzo Il deserto dei Tartari, di cui ripercorre per brevi cenni il cammino narrativo. In una vaghezza spazio-temporale che allude alla generale condizione umana, il viaggio a cavallo di Giovanni Drogo per raggiungere la Fortezza Bastiani vira improvvisamente dalla pianura alla montagna, dal tempo normale al tempo assoluto, con una precisione descrittiva unita a un'atmosfera da sogno che pare allusione consapevole all'Ariosto. Raggiunta la Fortezza, trovata una nuova familiarità, subentra la routine, la ritualità, i ritmi che ancorano ai luoghi, così che ognuno come Drogo ha la sua Fortezza Bastiani dove sta in attesa di qualcosa che non arriverà. Fuori c'è il deserto, che insieme alla montagna è uno dei massimi simboli, in Buzzati, dell'enigma-morte. Drogo trascorre decenni in attesa degli invasori dal Nord, che giungeranno però proprio mentre Drogo, così malato da dover essere allontanato dalla Fortezza, non è più presente. Ricoverato in una locanda, afflitto per l'occasione perduta ma insieme fiducioso di avere ancora una possibilità, di poter ancora combattere una battaglia che riscatti un'intera vita, Drogo si sente il punto di un centro che gli si stringe addosso. Nella notte, una figura entra con passo silenzioso e si avvicina al suo letto: e lui, dopo aver rivolto lo sguardo all'ultima porzione di stelle, nel buio - benché nessuno lo veda - le sorride. La battaglia di Drogo è dunque la morte. E mentre per la vita prevale sempre, in Buzzati, il senso di angoscia, il senso di isolamento, il senso di fragilità di qualsiasi legame, la morte, attesa così a lungo, viene infine vissuta con gioia.


