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I Martedì di San Domenico
Nell'incavo sordo del dolore
Un approccio al libro di Giobbe
Come ogni anno il CSD dedica una riflessione a un tema biblico. Diana Mancini introduce l'argomento-Giobbe rilevando la complessità del personaggio e l'universalità del suo addolorato sconcerto (Giobbe, completamente spossessato e ridotto a una larva, soffre il silenzio di Dio: è uscito dal ritmo paradisiaco e non sa perché) e citando MarI'a Zambrano, per la quale il Libro di Giobbe è "una sacra rappresentazione a più voci, che ha il potere di convocare".
Rosanna Virgili, che insegna Sacra Scrittura alla Pontificia Università Lateranense in Roma, parte dalla domanda "a che scopo soffrire?" e dalla vocazione radicale della nostra civiltà a rimuovere il dolore, in quanto minaccia e sentore di morte. In fondo, uno dei motori del "progresso" è proprio il desiderio di superare il dolore, di perfezionare farmaci e palliativi. Ma c'è una controindicazione: in tal modo non si riconosce alcun senso al dolore. E invece fu detto "partorirai con dolore" e da quel momento non è più possibile tracciare un confine tra dolore e gioia. Nell'Antico Testamento il dolore è la doppia porta dell'esistenza umana (nascita/morte) ma è anche il dolore di Dio, il lamento di Dio padre che non si capacita che i figli si procurino rovina staccandosi dalla fonte della loro vita. Con Giobbe la situazione si rovescia: c'è un disordine che continua a distruggere l'ordine che Dio ha voluto, nonostante l'obbedienza dell'uomo; c'è una defezione di Dio rispetto alle promesse dei libri sapienziali e della Torah. Giobbe allora, quando il dolore diventa assoluto, bestemmia la luce, invoca le tenebre, maledice il proprio giorno - ma non l'ordine della Creazione. Giobbe sperimenta in tal modo una profonda trasformazione: del modo di vivere il corpo (la vita sana e onesta non implica un sereno raggiungimento della vecchiaia), del rapporto con Dio (il retto agire non è garanzia di benevolenza divina: fallimento della logica retributiva, introduzione della gratuità del gesto religioso), dell'idea stessa di Dio (non basta l'esperienza sapienziale, Dio tace e il suo silenzio significa una libertà incomprensibile per noi: esclusione dell'uso strumentale della religione). Giobbe (= Dio mi è nemico) non cede, resiste al silenzio di Dio: la radice profonda del dolore umano è essere sfiorati da Dio senza avere la Sua libertà. L'esperienza del dolore è complessa e misteriosa, non prescinde mai dal contatto con l'altro (esposizione ai rapporti, ai legami). Quando si ritrova il volto dell'altro, dopo aver fatto esperienza del dolore, esso è nuovo. Giobbe infine vive una "seconda volta" del suo amore per Dio, un amore senza possesso (perciò nella Bibbia il dolore è la condizione della libertà).
Spesso si dice che chi non ha sofferto non è capace di carità, perché non può capire cosa si prova. Il dolore può diventare allora il luogo dell'incontro, il linguaggio della solidarietà, perché nasce dalla percezione della bontà di un legame (che manca o viene a mancare). Nella Bibbia, quindi, il dolore è un fatto basato su un rapporto, nella modernità tende invece essenzialmente a divenire un fatto soggettivo (l'uomo che non ha legami non ha dolore). Ma quello che rischiamo oggi è di restare, nel contempo, senza dolore ma anche senza un'anima innamorata.


