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  • Anno Sociale 2004 - 2005
Mer, 19/01/2005

Mercoledì all'Università

in occasione della Settimana di preghiera e riflessione per l'unità dei cristiani

Perché sperare? In che cosa sperare?

Altri autori

Roberto Bottazzi, Erio Castellucci, Alberto Melloni, (Paolo Ricca)

Luogo dell'evento

Aula di Istologia, Università di Bologna

Roberto Bottazzi, coordinatore del Corso di Teologia della Facoltà Valdese in Roma, legge al pubblico l'intervento di Paolo Ricca, noto teologo protestante, che non può partecipare all'incontro per una improvvisa e fastidiosa indisposizione.
Per Ricca "speranza" è sinonimo di vita, è anzi "la vita della vita". C'è una speranza cristiana, che si concentra in un punto: la resurrezione di Gesù Cristo dai morti. Se la morte avesse vinto su Cristo, allora sarebbe difficile sperare. Attenzione dunque: al contrario di quanto sostiene Feuerbach, non spero perché desidero resuscitare, ma spero perché sono stato resuscitato. Prima cioè viene la vittoria sulla morte, poi la speranza. La speranza cristiana non è una reazione alla miseria, al dolore, alla paura, bensì un intreccio fondamentale tra la nostra vita e la resurrezione di Cristo (la speranza non è il nostro dio - come sostiene Ernst Bloch -, ma Dio è nostra speranza). Tuttavia c'è anche una speranza umana, la speranza esisteva anche prima della Pasqua. Dio ha creato il mondo e l'uomo "in speranza". Potrei quasi dire: spero perché sono. La mia speranza, però, non deve essere la disperazione di un altro: si spera realmente solo se si mira a uno scambio/condivisione della speranza stessa. Ma in che cosa si spera? In una vita futura. Ed ecco il paradosso della vita cristiana (San Paolo): in Cristo tutto è compiuto, nella nostra vita tutto è incompiuto; la speranza è il ponte tra il compiuto di Cristo e l'incompiuto del mondo e dell'uomo (tra l'uomo che è e quello che sarà).
Erio Castellucci, che insegna alla Facoltà Teologica dell'Emilia-Romagna, nota come San Pietro chiede di dare ragione della speranza, non solo quindi di testimoniarla ma di argomentarla, poiché ha a che fare con il senso della vita. Fino a un secolo fa, però, la speranza era la cenerentola della Teologia, prevaleva l'idea di Gesù come predicatore morale, come codificatore del presente. Poi si è a poco a poco riscoperto un Gesù molto più dinamico, che viene ad annunciare il regno futuro. Anche la filosofia ha valorizzato la speranza, o come spinta positiva per superare le difficoltà (Bloch), o in generale con l'ammissione che - mancando un punto d'approdo finale - la vita non ha senso. Cosa c'è dunque sotto tutte le nostre azioni? La speranza di essere amati (Etty Hillesum), senza la quale la nostra vita è un camminare lentamente verso un miraggio, verso il nulla. Ma Auschwitz e Hiroshima hanno ridimensionato, frammentato, polverizzato la speranza, che procede per microprogetti, per "piccole narrazioni". La recente ricomparsa del sacro non deve indurre in tentazione (prendere per fame l'uomo, ridurre l'annuncio a un rattoppo, a un cerotto), poiché Dio non è alternativo all'Uomo, alla bellezza della vita - come vorrebbe Nietzsche. La speranza cristiana deve presentarsi come pienezza di gioia, non solo come salvezza dell'anima in alternativa a ciò che si vive nel mondo. Corpo e Storia entrano a pieno titolo nella speranza cristiana, che ha come fondamento l'Amore: è la speranza di essere amati pienamente (da cui deriva il continuo rimando all'oltre, in vista della felicità celeste), cercando di trasformare il mondo nella Carità (resurrezione della carne è anche trasformazione della Storia). Per essere infine accolti - come nel dies natalis - tra le braccia di qualcuno che ci ama.
Alberto Melloni, storico della Fondazione per le Scienze Religiose di Bologna e moderatore della serata, domanda se c'è ancora chi spera nell'unità dei Cristiani, o se invece ci si può accontentare dell'attuale federazione di gentlemen (di cui la serata stessa è ottima espressione). Ovvero: un altro mondo è possibile, ma se non ci abiterò mai non m'interessa. Siamo quasi costretti all'illusione, a quell'elastico illusione-disillusione che ci mantiene a distanza dai nostri desideri profondi (Bottazzi)...
Bottazzi ricorda che la Bibbia è il libro della speranza che registra la disperazione, il passaggio attraverso l'"oscurità". La fede come fiducia (e non come ideologia) può essere appunto un vettore della speranza, in opposizione al nuovo imperativo (evitare la sofferenza) che puntualmente termina nell'insoddisfazione (cancellare l'Inferno non automaticamente fa librare la speranza). Cita infine San Paolo ("prevenitevi gli uni gli altri nell'onore") e rileva che, se anche l'ecumenismo fosse solo una "cortesia reciproca", sarebbe una conquista spirituale fortissima.

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