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I Martedi' di San Domenico
Pietas e compassione
dal mondo pagano al cristianesimo
Pietas e compassione "Le parole pietas e compassione, al centro dell'incontro di questa sera, ci consentono di far memoria dell'antico per progettare il nuovo, con coraggio", ha detto il prof. Maurizio Malaguti introducendo gli ospiti del terzo "Martedì" del 2011-2012, in un Salone Bolognini come sempre gremito. Parlando per primo, e disegnando per sé un ruolo di "apripista", il prof. Ivano Dionigi, magnifico rettore dell'Alma Mater nonché latinista di rara sensibilità, ha dapprima descritto la religio romana: originariamente naturalistica, rifletteva la convinzione che tutta la vita fosse regolata dalla divinità e non prevedeva costruzioni o statue. Ed è soprattutto religio civilis, pubblica, politica, tanto che Polibio attribuisce alla concezione religiosa il motivo della superiorità dello stato romano (uno stato che considererà pertanto assicurare il culto agli dei un suo compito). Pietas è invece, ha proseguito il prof. Dionigi, un concetto a mezzo tra amore e dovere, di cui sono destinatari tanto gli dei e la patria quanto i familiari. È notoriamente il caposaldo ideologico dell'Eneide di Virgilio, dove è rivolta all'uomo in quanto tale e in quanto sofferente. Mentre Seneca, che non condivide la religio fabulosa et mitica dei poeti e mal sopporta il conformismo della religio civilis, né gli interessa la religio naturalis dei filosofi, scoprirà il Dio interiore: "vicino a te, con te, in te". Ma cercheremmo invano in questo Dio interiore consonanze con il Dio della Bibbia: è piuttosto un Dio ignoto; non gratuito ma che pratica il do ut des; non patiens ma incapace di sofferenza. "La fede ebraico-cristiana è in certo modo capovolta rispetto alle cosiddette religioni", ha esordito l'altro ospite di questo "Martedì", don Giovanni Nicolini. Queste sono "vie per salire in alto", quella è "dall'alto in basso": è Dio che scende, lungo un precipizio, a cercare la sua creatura perduta e ferita, povera e mortale. E mentre l'uomo non è affatto preoccupato di aver perso Dio, perché facilmente inventa un idolo, Dio non si rassegna, perché è amante, e dunque patisce della separazione dall'uomo, per il quale prova compassione. Così, nella Bibbia ebraica, la pietas è in effetti la nota assoluta di Dio: Dio è così, e tutto quello che ha fatto lo ha fatto "perché grande è la sua misericordia". Don Nicolini chiama questa misericordia "un amore storto", perché piegato verso le creature, affacciato nella storia, dove Dio, piuttosto che rimanere fermo nella sua divinità, precipita, e parla: sempre, a tutti, dappertutto. E Gesù "è" la misericordia di Dio, il pentimento di Dio rispetto alla Legge, il suo totale inabissarsi nella storia e nella vicenda umana, il suo morire alla ricerca appassionata dell'uomo dentro il suo peccato. E come tale, ci insegna la strada della reciprocità: siccome Dio ci ha voluto bene, anche noi, creature strane, spezzate, create non "secondo la nostra specie" ma "a sua immagine", possiamo imparare a voler bene, a spendere la nostra vita, a lavarci i piedi l'un l'altro. Gesù stesso ci dice di non essere un'eterna solitudine, ma un'eterna comunione: e che "nello stringere la mano dell'altro ciascuno può trovare il segreto della sua vita". Guido Mocellin


