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  • Anno Sociale 2003 - 2004
Mer, 10/03/2004

Mercoledì all'Università

in collaborazione con Centro Universitario Cattolico San Sigismondo

Relazioni economiche internazionali ed esigenze di giustizia

Altri autori

Giovanni Beccari, Davide Conte, Carlo D'Adda, Giorgio Prodi

Luogo dell'evento

Aula Pietro Barilla, Bologna

Come si possono conciliare l'inclinazione più o meno genetica a un senso di equità e la vita quotidiana in un mercato senza regole e senza confini? L'ardua sentenza (naturalmente provvisoria) è affidata a tre contemporanei che, introdotti e interrogati da Davide Conte del Centro Universitario Cattolico, si prestano a tentare una diagnosi a partire dalle loro personali esperienze o competenze.
Carlo D'Adda, docente di Economia Politica a Bologna, propone alcuni dati che documentano una disparità impressionante del reddito pro capite e quindi delle aspettative di vita tra abitanti del Nord e Sud del mondo, disparità che urta la nostra idea astratta di giustizia in quanto uomini e in quanto cristiani. Ma a chi compete realizzare la giustizia? Ai governi, alle istituzioni, a ciascuno di noi. E che cosa si può fare? Bisogna innanzitutto ricordare che soltanto all'inizio del '700 si comincia ad avere una crescita sensibile della popolazione mondiale e solo dall''800 la modificazione del reddito pro capite diventa significativa. Si tratta quindi di un fenomeno molto recente e complesso, su cui influiscono fattori culturali e storici che determinano la diversità tra i Paesi e che sono condensabili in una formula: l'istituzione statuale. Che fare, quindi? Gli Stati dovrebbero tenere aperte le frontiere e bandire il protezionismo (ma subito ci si scontra con gli interessi organizzati e anche con esiti di concorrenza rovinosa); le Istituzioni internazionali perseverare in progetti lungimiranti anche se circoscritti; l'individuo praticare l'impegno, in triplice forma: discernimento politico, aiuto finanziario informato, servizio svolto personalmente nelle istituzioni assistenziali.
Giorgio Prodi, ricercatore all'Università di Ferrara, si domanda che cos'è la globalizzazione, giacché ognuno ne ha un'idea diversa e anche il confronto con il passato suggerisce, almeno in parte, una continuità e non una spaccatura. Le stesse istituzioni internazionali oggi demonizzate sono nate a Bretton Woods nel 1944, allo scopo di evitare le condizioni che avevano portato alla guerra e non per sostenere lo sviluppo del cosiddetto Terzo Mondo. Però Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Organizzazione Mondiale per il Commercio (World Trade Organization) si sono progressivamente trasformati in arbitri/giudici non sempre imparziali dei grandi movimenti finanziari e soprattutto dei parametri per le politiche di sostegno. I dubbi su chi comandi veramente all'interno di quelle organizzazioni e la considerazione che l'Europa, sommando le sue quote singole, potrebbe contare più di tutti al loro interno, non riducono l'importanza e la necessità di BM, FMI e WTO: bisogna tuttavia chiedere a queste istituzioni regole uguali per tutti ma anche una piattaforma di reali opportunità.
Giovanni Beccari, dirigente del Comitato Europeo di Formazione Agraria, illustra le origini (anni '70, dalle coop agricole della Pianura Padana) e i fini umanitari internazionali della sua associazione, nonché le attività in Cile, Marocco, Bosnia, Albania, Somalia, Kenya, Tanzania (con proiezione video). Il CEFA interviene soprattutto aiutando le attività zootecniche e frutticole, nonché fornendo sostegno e competenze affinché si creino le condizioni in loco perché le persone possano decidere liberamente di emigrare (e non perché costrette dall'indigenza). "Noi insegniamo - dice - a mettere le uova in più panieri" e invita a non avere paura, a creare gruppi e a proporre modelli di sviluppo, a cogliere anche i vantaggi della globalizzazione (che rende più facile "fare qualcosa"). Bisogna impiegare più energie. Perché una cosa è chiara: non è bene avere dei poveri.

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