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  • Anno Sociale 2003 - 2004
Mar, 06/04/2004

spettacolo

Voce di Dio

partitura teatrale delle prediche di Girolamo Savonarola

Altri autori

darammaturgia: Stefano Massini, Emiliano Schmidt Fiori
con: Massimo Wertmuller, Maria Teresa Pintus, Tomaso Thellung
regia: Stefano Massini
musiche originali: Pino Cangialosi
eseguite dal vivo con: Fabio Battistelli
costumi: Joanka Micol Medda

Luogo dell'evento

Chiesa di San Paolo, Ferrara - Basilica di San Domenico, Bologna

Avevo seguito da vicino, con il privilegio che talvolta hanno gli organizzatori, i preparativi per lo spettacolo "Voce di Dio", la partitura teatrale che riprende alcune delle prediche di Fra Girolamo Savonarola e il momento della sua vita che culmina nella scomunica e nella condanna a morte.
Dato il personaggio, figura molto discussa di domenicano, che operò una violenta spaccatura nell'ambiente politico del suo tempo, ci sembrò opportuno chiedere al produttore, The International Theatre di Roma, di poter leggere il copione. La drammaturgia presentava Savonarola come un eroe-martire, vittima sacrificale di quella stessa corruzione che tentò di combattere per tutta la vita con un impeto ed una coerenza estrema. Lorenzo il Magnifico veniva invece relegato al ruolo di tiranno, sorvolando totalmente sul contributo fondamentale da lui dato a un'epoca che non a caso è detta Rinascimento. La produzione ce lo aveva sottoposto come evento particolarissimo e di grande impatto, basato esclusivamente sulla forza di un interprete e la potenza di un testo. Non sapevo cosa aspettarmi. Solo ora, a cose viste, comprendo quali possono essere il senso e il valore di questa rappresentazione: il mio approccio personale è stato quello di evitare, assistendovi, di dare un giudizio sui fatti e sulla storia cercando unicamente di ascoltare "la voce di Dio".
Si decise di proporlo in due serate: a Ferrara, città natale di Savonarola, e a Bologna, come insolita occasione di riflessione nei giorni precedenti la Pasqua. Con i preparativi cresceva la curiosità nei confronti di questo spettacolo. Davvero, non sapevo cosa immaginare. Forse, lo confesso, un po' di noia. Quella noia che ci accompagna a volte durante le celebrazioni domenicali quando ci si imbatte in un predicatore che non sa predicare. Un predicatore che, malgrado ogni nostro sforzo per ascoltarlo, malgrado la sacralità di temi che richiederebbero un dovuto rispetto, ci conduce inesorabilmente a pensare ai fatti nostri. Questo temevo. Saper predicare non è da tutti. Saper dare a Dio la propria voce non è da tutti.
Invece, con un'immediatezza che non lascia spazio ad equivoci, la voce di Savonarola, nella convincente e toccante interpretazione di Massimo Wertm� mi cattura sin dalle prime battute e so che ascolterò ogni parola, fino alla fine. So che non ci sarà noia, né disperderò i miei pensieri altrove, oltre i muri della chiesa.

La chiesa si fa teatro della voce di Dio. È San Paolo a Ferrara, con la sua cupa magia fatiscente, è San Domenico a Bologna che tanta parte ha nella vita di questo personaggio: entrambe naturali scenari dello svolgersi degli eventi del tempo, quando la folla si radunava in San Marco, a Firenze, per ascoltare "il frate".
Sin dai primi accenti, dalla narrazione del Giovane e il Mare (metafora della chiamata che Girolamo riceve da Dio), capisco che davanti a me c'è un personaggio che ha la capacità e la volontà di scuotermi dal torpore, di non permettermi di restare indifferente. È con questo atteggiamento che ascolto le sue parole sferzanti.
"Questo è un tempo singolare, come non è mai stato nei tempi passati: oggi tutto è infermo? adunque cominciamo a levare la piaga dell'odio e del rancore? e non si faccia sangue, perché questa è la volontà di Dio. L'uomo non faccia sangue contro altro uomo!"

Penso a quanto poco è cambiato il mondo, al tempo altrettanto singolare (e curiosamente identico nella sostanza) che è l'oggi; al sangue che si continua a spargere nonostante le esortazioni degli uomini di pace. Penso al sangue di Cristo sparso sulla croce e sul mondo in un sacrificio che l'umanità non comprese, al Mistero che si continua a non comprendere.
"Questo è un tempo singolare? perciò vi dico: fate pace, fate pace!"
Ancora penso ad oggi, al medesimo bisogno di pace e di conversione che pare più che mai distante, quasi non si permettesse, alla pace, di apparire sulla terra in nessuna congiuntura storica,. L'attualità di queste parole, pronunciate cinquecento anni fa, porta senza dubbio a riflettere. Se siamo cristiani non possiamo semplificare con la teoria del ricorso storico; ciò che salta all'occhio è una evidente scarsa sincerità delle nostre intenzioni di pace: le crediamo poco importanti e di peso relativo, mentre sono invece il triste riflesso di una riconciliazione universale mancante.
"Ascolta bene, Firenze, quel che dice il frate: chi tira solo a sé non si dica cristiano!
Tutti ponete il fine vostro nella robetta del mondo: poveri!
Il fine di tutto è Dio: cercate Lui, non il mondo!"
Penso: il frate sta parlando a me. Io ho bisogno di sentirmi dire queste cose, di farle mie, di farle penetrare tanto profondamente così che non possano più uscire da me. Ma la debolezza è ingombrante, non riesco a separarmi dalla mia "robetta", che nella sua vana utilità mi fa sentire più forte, al punto da farmi credere che non mi manchi nulla. Voglio ricordare queste parole, dette così, brutalmente e senza mezzi termini, com'era lo stile di Girolamo.
Intanto sono entrati in scena gli altri personaggi: la voce della Piazza e la voce della Chiesa. Il popolo è una giovane donna vestita di stracci; la Santa Madre Romana Chiesa è Alessandro VI Borgia in splendide vesti. Tutta la rappresentazione è sobria, l'allestimento semplice, ma terribilmente efficace. Non servono effetti speciali, pare davvero di essere lì, a Firenze, nel 1498; sentire le urla della folla prima esaltata e adorante, un attimo dopo inferocita, impazzita per l'odore del sangue che sta per essere versato. A Bologna, come a Ferrara la sera prima, il pubblico è muto, inchiodato alle panche, c'è un'attenzione immobile, qualcuno quasi trattiene il respiro. La voce di Wertm�è carica, vibrante. La sua energia si accompagna al vigore di un messaggio che passa inossidabile attraverso i secoli.
"Fratelli, io vi dico che la fede è tutto.
La fede porta l'uomo oltre la ragione, oltre l'intelletto, oltre le cose materiali. (?)
Io mi rivolgo a te Signore, ti ringrazio di aver fatto di me una creatura di fede".
La rappresentazione si avvicina al suo culmine. Savonarola annuncia che la sua ora è vicina. Alessandro VI proclama la sentenza di morte; si rimette agli uomini di Firenze che facciano giustizia contro il figlio dell'iniquità e dell'eresia: "tutto ciò che farete contro di lui sarà in nome di Dio".
Dio, questo nome che ci è stato insegnato a non pronunciare invano? In nome di Dio ha parlato il Pontefice. In nome di Dio ammonisce Savonarola. Dunque, uomini, chi è Dio? Qual è la sua volontà? Spesso interpretiamo Dio a nostro comodo, gli facciamo dire cose che non ha detto. Forse la verità è che Dio sta tra chi sa abbracciarlo, come Lui abbraccia noi dalla Croce. Abbracciarlo anche quando comporta allontanarci dal nostro comodo, dal nostro concetto di salvezza che non ha nulla di eterno. Ma noi abbiamo paura e, anziché abbracciare, incrociamo le braccia, allontaniamo da noi tutto ciò che ci parla di questo Amore. Preferiamo non perdere le nostre misere cose, anziché guadagnare qualcosa che non vediamo: non ci fidiamo di Dio. Allo stesso modo la folla cessa di fidarsi di Girolamo, vede solo lo svantaggio che quella voce porta: ("Hai rovinato Firenze frate! Ci dicono città del diavolo!") È paura quella della piazza, a Firenze, quando Savonarola ancora parla sotto le mani del carnefice e la gente comincia a tirare sassi per accelerarne la morte. È la stessa paura che assale Pietro quando rinnega Cristo. È la paura che ci accompagnerà per sempre se non riusciamo a fidarci di Dio.
Fra Girolamo muore, sappiamo come. La voce resta. In San Paolo, a Ferrara. In San Domenico, a Bologna. In tutti quelli che hanno saputo ascoltare. Sospesa in un silenzio che deve darci modo di farla nostra. In un silenzio che va custodito con fatica, a denti stretti, perché i rumori del mondo non la coprano. La voce.
(Gemma Tampellini)

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