» Francesca Parisini
Non sono una fotografa, è la premessa che faccio ogni volta che – con un po’ di imbarazzo – vedo qualche mia foto pubblicata o, peggio, quando qualcuno mi presenta come tale (giuro che è capitato). Semmai, sono una bulimica della fotografia, una compulsiva dello scatto. Che il click lo faccia una Nikon o lo simuli l’iPhone poco mi interessa. Amo la fotografia, quella degli altri e quella mia o che mi immagino io; a volte, infatti, penso di avere un piccolo obiettivo nascosto nel bulbo oculare, tanto vedo tutto come filtrato da un otturatore. Amo la fotografia, eppure nei miei scatti posso risultare dissacratoria, visto l’uso delle apps che faccio, vista la frenesia con cui posto immagini su social network, siti di condivisione e blog.Faccio la giornalista. Da vent’anni, ormai. E sebbene sia il mestiere con cui mi guadagno da vivere, forse faccio anche fatica a definirmi tale. Primo, perché mi piace tenere un piede fuori da quello che faccio, sebbene lo viva sempre con passione. Distanza e prospettiva, a parer mio, aiutano a vedere con lucidità – ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. Secondo perché preferisco pensarmi come un “conta storie”.Irretiti è la storia che con piacere e onore da parte mia la rivista I Martedì pubblica su questo numero. Nasce una sera al tramonto, tra fine giugno e primi di luglio, quando la spiaggia di Marina di Ravenna è frequentata principalmente da nonni e nipoti. Quando la sera si torna “su dalla spiaggia”, giochi, trattori, palette, formine, mostri gonfiabili e salvagenti finiscono nelle reti poi ancorate alla gamba dell’ombrellone.Mi è piaciuto il colpo d’occhio. Mi piaceva la serialità. Già, la serialità della fotografia, quel gusto da entomologi è ciò che più di tutti mi piace di chi pratica questa forma espressiva con spirito da catalogazione. Il fatto che una fotografia, se la pratica fotografica la s’intende per questo verso, non parla in sé, da sola, ma parla insieme alle altre. Parla, poi, per quello che ognuno, ogni “lettore” ci vuole leggere. Io, in questo caso come in altri, metto sulla strada col titolo della storia, a volte le didascalie, l’accostamento delle immagini. Poi mi piace che ognuno “si faccia il suo viaggio”. Condizione imprescindibile, l’ironia.Qualche dettaglio in più, magari per rendermi più “presentabile”: sono bolognese, classe ’68 e giornalista. Ho cominciato divertendomi molto a lavorare per l’Unità di Bologna, quando ancora si scriveva a macchina nel sottotetto (e che sottotetto) di via Barberia, le Botteghe Oscure di Bologna. Poi cadde il muro, il Comunismo e anche la testata fondata da Gramsci. Da lì ho lavorato per la RAI, per Il Resto del Carlino e ora, da tempo quasi immemorabile, per Repubblica.Ho fatto tre mostre fotografiche, sino ad ora: alla libreria Feltrinelli di Bologna, all’Università di Nottingham (Inghilterra) e all’Aemilia Hotel di Bologna, per presentare il mio libro fotografico Tokyo sui miei passi (edizioni Pendragon). Tutto nel 2008, il mio anno più fotografico, a quanto pare.