Editoriale2 La pace provvisoriaGiovanni Bertuzzi O.P.Sono rimasto sorpreso ma nello stesso tempo colpito nel vivo, come quando ti viene detto qualcosa di inaspettato che però ti provoca e ti mette in discussione, quando Davide Riondino, nellÂ’incontro del “Martedì” del 15 marzo, dedicato al tema della speranza, ha fatto le seguenti considerazioni, che riprendo e riferisco con parole mie: siamo disposti ad accettarlo o meno, noi apparteniamo a una generazione, quella successiva alla Seconda guerra mondiale, che è cresciuta nella convinzione che pace e democrazia dovessero essere condizioni di vita normali e stabili. Abbiamo cioè creduto di essere riusciti a realizzare una società dove la guerra, la violenza e le dittature potessero essere definitivamente superate o bandite. Il periodo di relativa pace e di sostanziale democrazia che abbiamo goduto in Italia e in Europa negli ultimi sessantÂ’anni (ammesso che di pace vera si possa parlare per lÂ’epoca della guerra fredda, dei terrorismi e delle crisi internazionali in cui siamo stati coinvolti negli ultimi decenni), ha in ogni modo prodotto la convinzione illusoria che fossimo riusciti a creare le condizioni per vivere in pace e sicuri stabilmente e definitivamente. Ma non è così. Dobbiamo invece convincerci che è stata unÂ’eccezione e una parentesi, perché la condizione normale, sociale e politica, è quella di vivere in mezzo a conflitti e instabilità, dove guerre o rivoluzioni costituiscono la regola e non lÂ’eccezione. Se vogliamo perciò ripristinare le logiche e le istituzioni che devono accompagnare e assicurare la pace non possiamo dare per scontato che esse siano condivise da tutti e che la pace sia considerata un valore assoluto.È questa unÂ’analisi che, soprattutto nei nostri giorni, si dimostra certamente condivisibile, benché vorremmo che così non fosse. Ci sembra assurdo che gli uomini possano considerare le armi e la violenza mezzi normali di soluzione per i contrasti sociali e internazionali; ci sembra legittimo pensare che le istituzioni e le organizzazioni politiche debbano riuscire ad arbitrare e dirimere giuridicamente e politicamente le controversie e i conflitti che insorgono continuamente sia allÂ’interno dei singoli paesi sia nei rapporti internazionali. Soprattutto la storia, anche recente, sembrava aver ormai inconfutabilmente dimostrato che i vantaggi economici o politici che possono essere ottenuti da una guerra vittoriosa non sono mai vantaggiosamente paragonabili ai disastri e alle distruzioni materiali e morali che ineluttabilmente lÂ’accompagnano e che inevitabilmente essa si lascia alle spalle. Vorremmo davvero che certe scene di guerra e di stermini rimanessero nei documentari e nei libri di storia, di monito perché non debbano più ripetersi, o che tuttalpiù servissero per rappresentazioni artistiche e cinematografiche, ma purtroppo tutto questo sta tornando di tragica attualità, e alle logiche della giustizia o della non-violenza tornano a sostituirsi quelle dei rapporti di forza, dellÂ’egemonia, della sopraffazione e del terrorismo.
Dossier: San Marini inedito6 Repubblica sempre Valentina Rossi
» Giovanni Bertuzzi O.P.Preside dello Studio Filosofico Domenicano.Insegna Filosofia presso lo Studio Teologico Domenicanoe presso il Seminario Arcivescovile di Bologna. È direttore del CentroSan Domenico di Bologna e direttore scientifico de I Martedì.
» Valentina Rossidottore di ricerca presso la Scuola superiore di studi storici della Repubblica di San Marino, si è occupata di storia ereticale del Cinquecento. Ha lavorato come traduttrice dal tedesco per Rizzoli, curando testi di carattere teologico. Da alcuni anni insegna lettere presso le Scuole medie inferiori e superiori di San Marino e, nel contempo, si dedica a studi di storia locale.
» Leonardo BlancoFotografoato a Santarcangelo nel 1968, come tan- ti altri sammarinesi è cresciuto nel circondario, ma sempre gravitando attorno a San Marino. Il suo percorso artistico, agli esordi radicato nella tradizione di maestri locali, si è gra- dualmente avventurato in altri territori, esplorando la con- dizione emotiva dell’uomo contemporaneo. A partire dagli anni Novanta ha tenuto esposizioni personali a San Marino, in Italia e Belgio, e ha partecipato a collettive a Londra, Los Angeles, Istanbul, Emirati Arabi Uniti e Pechino. Nel 2009 ha rappresentato San Marino alla 53. Biennale d’Arte di Vene- zia. Per San Marino si è cimentato anche nella realizzazione di francobolli e monete, e le sue sculture fanno parte ormai del paesaggio urbano.L’opera Diversi/uguali è nata da un concorso bandito in oc- casione della presidenza sammarinese del Comitato dei mini- stri del Consiglio d’Europa nel 2007, quando venne organiz- zata una Conferenza europea sulla dimensione religiosa del dialogo interculturale. Due mezzelune si compenetrano in un abbraccio, con un movimento elicoidale che rimanda all’idea del Dna, base dell’uguaglianza fra gli uomini, ma ricorda an- che la mancanza di confini chiusi e l’apertura al dialogo. Con Dollywood e Nature ha sondato i temi della catastrofe catar- tica e delle paure contemporanee. Sente che “la vita assomi- glia a un esperimento non finito, a un fenomeno in precario ma raffinato equilibrio e in perenne ricerca di nuove soluzio- ni”, così nei suoi quadri emerge la simultanea presenza degli estremi e degli opposti, verso il superamento dei confini.
» Patrizia TaddeiFotografaha esordito nel 1974 con una collettiva a Belgrado e le sue opere sono state esposte a Bucarest, Gre- noble, Parigi, Bruxelles, Graz. Come si dice per i sicilia- ni, Patrizia è una sammarinese “di mare aperto”, che ha continuato a viaggiare e a confrontarsi col mondo anche quando la vita l’ha riportata nel suo paese. “Ho sempre pensato e disegnato, perché mi mancano le parole per av- vicinare il mondo”: con questo sentire, ha sondato infinite forme di espressione artistica, dall’olio al mosaico, crean- do un immaginario di figure archetipe (soprattutto donne) sospese in una dimensione atemporale, tra bene e male. Qui si è scelto di mostrare il suo lavoro ceramico, suggestio- nato dalla produzione tradizionale che tra gli anni Sessanta e Settanta da artistica si era fatta industriale. Un ricordo d'in- fanzia che l'ha spinta a dar voce a una delle peculiarità del paese che sono state spazzate via dalla frenesia del benessere economico. Il suo sguardo di bambina portava nella memoria una tecnica semplice ma d’impatto, spontaneamente affine alla sua sensibilità: quella del graffito inciso su lucide superfi- ci nere. Ha cercato i rarissimi artigiani rimasti oggi a praticare quest’antica arte e – tornata apprendista – ha trovato una nuova dimensione per le sue figure arcaiche, quasi mitiche.