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  • Anno Sociale 2003 - 2004
Mer, 25/02/2004

Mercoledì all'Università

in collaborazione con Centro Universitario Cattolico San Sigismondo

Le radici abramitiche dell'Europa

I tre monoteismi nella città secolare

Altri autori

Maurizio Malaguti, Lorenzo Perrone, Alberto Sermoneta, Giulio Soravia

Luogo dell'evento

Aula Pietro Barilla, Bologna

Convocati a uno stesso tavolo, tre rappresentanti delle religioni monoteistiche, che riconoscono in Abramo il comune progenitore, sono invitati a parlare di Europa e delle sue radici. A introdurre il dialogo è Sergio Perrone, docente di Storia del Cristianesimo a Pisa, che auspica un'uscita dalle angustie della recente, penosa discussione sulle radici religiose dell'Europa a favore di un più meditato riconsiderare gli intrecci storici tra le diverse confessioni e la figura paradigmatica di Abramo, che è insieme colui che si mette in viaggio, colui che pratica l'ospitalità e colui che intercede.
Vittorio Sermoneta, rabbino capo a Bologna, ricorda innanzitutto che Abramo, "padre dell'umanità" monoteista, c'insegna tuttora, a distanza di circa 4000 anni, i principi che ancora cerchiamo e per cui ci battiamo. Alcuni passaggi della Bibbia suggeriscono indubitabilmente un ritratto di Abramo come uomo semplice e insieme profondamente "giusto" (il "giusto" è colui che si prodiga non soltanto per sé), un uomo di pace che ha saputo attraversare il fiume, andare oltre e quindi diventare "ebreo". Da questo punto di vista anche cristiani e musulmani, in quanto discendenti da Abramo, sono "ebrei". E la strada iniziata con Abramo troverà il suo coronamento nell'era messianica che, in accordo con Maimonide, non si estenderà oltre i limiti fisici-biologici ma sarà il momento in cui tutti gli uomini parleranno un'unica lingua e lavoreranno per un unico scopo: la pace.
Maurizio Malaguti, docente di Ermeneutica Filosofica a Bologna, esordisce col timore/tremore di Kierkeg㠲d e con una domanda cruciale: è possibile che Dio abbia lasciato credere ad Abramo che il sacrificio di Isacco era una prova quando invece non lo era? Tutto sta nell'intendere che cos'è profezia. Profezia è memoria di Dio, in cui noi siamo radicati: Abramo vede profeticamente il sacrificio del figlio, vede il figlio morto nella memoria di Dio, e mentre crede di aver visto Isacco, in realtà vede la morte del "figlio": non di Isacco quindi, bensì del suo discendente Gesù. Prima che Abramo fosse, Dio è: siamo monoteisti perché l'essere è uno e non può non essere, è eterno ovvero presente in cui passato e futuro coesistono. Uno è il Signore. Non uno tra noi, non uno sopra di noi, Dio è l'essere stesso. Il raggio di luce del suo manifestarsi con una totale assenza di potere di fronte all'umanità che l'aggredisce ci fa vedere che questo rigoroso monoteismo è unità in una presenza di persone assolutamente trasparenti l'una all'altra (il mistero assoluto). Per cui, ogni monoteismo limitato a un singolo gruppo è una bestemmia.
Giulio Soravia, docente di Lingua e Letteratura Araba a Bologna, ricorda che Abramo emerge quale figura centrale nel Corano come colui che si sottomette fiduciosamente alla volontà di Dio, che riconosce come razionalmente inoppugnabile la questione del monoteismo. Abramo affida fiduciosamente a Dio la schiava e il figlio Ismaele lasciandoli nel deserto, poi si reca a visitarli e costruisce per loro un riparo: il "cubo", cuore dell'Islam, simbolo della continuità abramitica nell'Islam. Abramo è il profeta più grande, a parte Gesù e Maometto, tant'è che la "festa del sacrificio" (la più importante nella tradizione islamica) si celebra al termine del pellegrinaggio e richiama proprio il sacrificio di Abramo. Questo "amico di Dio" ci aiuta ancora oggi a capire che, pur con le dovute differenze, essere un buon musulmano significa essere un buon ebreo e un buon cristiano. Dio stesso, nel Corano, afferma: vi ho fatti tutti popoli e tribù diversi, perché vi conosciate. Non è detto che la via sia una sola, quel che è certo è che confluiranno e che alla fine tutti ritorneremo all'unica fede.

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