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  • Anno Sociale 2006 - 2007
Mer, 18/10/2006

Mercoledì all'Università

Famiglia di fatto: solo un fatto di famiglia?

Scrivere le leggi fra Italia ed Europa

Altri autori

Salvatore Vassallo, Elisabetta Bergamini, Paolo Lorenzo Gamba

Luogo dell'evento

Aula Barilla, piazza Scaravilli, Bologna

Paolo Lorenzo Gamba, ricercatore nell'ambito delle politiche familiari a Bergamo, osserva che non è opportuno contrapporre "umanesimo cristiano" e "relativismo (più o meno) liberale", poiché nello scontro il perdente sarebbe comunque la famiglia. Occorre invece passare da una logica della negoziazione a una logica "costituzionale", dei valori fondanti. L'Italia ha il privilegio di dare una risposta non solo legale ma anche esistenziale, una risposta determinante per il futuro della famiglia, e dunque per la ricostituzione del tessuto sociale.
Salvatore Vassallo, che insegna Scienza Politica a Bologna ed è vicedirettore dell'Istituto Carlo Cattaneo, individua tre "sfide": 1. presentarsi di modelli diversi per effetto dei flussi migratori; 2. crescente fragilità delle unioni familiari; 3. emergere di nuovi modelli di convivenza. Per la prima siamo culturalmente attrezzati e abbastanza pronti e compatti. Per la seconda è necessario un impegno politico consistente a sostegno delle coppie giovani (servizi etc.), perché il senso di precarietà - soprattutto economica - non comprometta le unioni, non induca a una precoce disgregazione. Per la terza il problema, presto o tardi, dovrà essere affrontato anche dal punto di vista legislativo: benché infatti le "unioni diverse" coprano ancora una quota ridotta, la tendenza è in rapida crescita, e ignorare il fenomeno espone al rischio della "sindrome spagnola" (scontro radicale e conseguente equiparazione nuda e cruda). La Costituzione Italiana attribuisce particolare considerazione al matrimonio ma non esclude altre "formazioni sociali" riconosciute/scibili dallo Stato. È dunque ragionevole ipotizzare una qualche disciplina per altre forme di unione - laddove esistano relazioni affettive stabili - riconoscendone il rilievo sociale, senza tuttavia confondere la "famiglia" basata sul matrimonio con l'"unione di fatto" (equiparando le quali, tra l'altro, si finirebbe paradossalmente per limitare la libertà di non impegnarsi, di non formare una famiglia).
Elisabetta Bergamini, che insegna Diritto Internazionale a Udine, spiega che tuttora non esiste una nozione precisa di "famiglia" in Europa, poiché il Diritto Comunitario si rifà alle singole legislazioni nazionali. Nel 1968 si formulò una nozione ristretta, che si riferiva al "coniuge", ai figli (se minori) e agli ascendenti (se a carico) propri e del coniuge. La specifica era utile per eventuali controversie collegate alla "libera circolazione" dei cittadini europei ma non definiva oltre. Il problema sorge nel caso in cui si voglia estendere il diritto di ricongiungimento a un convivente (= non coniugato, non coniuge). Nel 2004 una nuova Direttiva conferma la nozione ristretta di "famiglia" formulata nel 1968 ma formalizza una prassi di uguale trattamento che già la Corte di Giustizia aveva stabilito, e cioè: se uno Stato riconosce il diritto di ricongiungimento anche ai conviventi, deve riconoscere lo stesso diritto ai cittadini degli altri Stati membri. Ciò tuttavia non costituisce un obbligo per il Diritto Comunitario. Ergo: uno Stato è libero di riconoscere le "unioni di fatto", ma gli altri Stati non sono obbligati a riconoscerle. La Carta dei Diritti Fondamentali (2001), che comunque al momento non ha ancora valore giuridico, tende a scorporare, a distinguere il diritto di sposarsi da quello di formare una famiglia: non vieta, per esempio, la concessione di status matrimoniale alle unioni omosessuali, ma nemmeno la impone. Per cui il Diritto non può essere mai invocato in termini di obbligo di adeguamento: l'Europa tutela le unioni di fatto, ne limita la casistica solo per questioni di "ordine pubblico" (esempio: il matrimonio poligamico), ma non esercita alcun tipo di pressione affinché i singoli Stati le riconoscano, parzialmente o integralmente. Sta dunque a noi - e al nostro senso bio-etico, oltre che politico e sociale - decidere e legiferare.

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