Salta al contenuto principale
Centro San Domenico logo Centro San Domenico

Piazza San Domenico 12
40124 Bologna
tel. 051 581718

centrosandomenicobo@gmail.com

Tu sei qui

Home » Archivio
  • Anno Sociale 2009 - 2010
Mar, 25/05/2010

I Martedì di San Domenico

Vera e falsa cultura - 3

 

Un orizzonte comune

La communitas

 

 link alla conferenza: http://www.lepida.tv/video/_741.html

 

Mentre, il 5 giugno scorso, ascoltavo le relazioni pronunciate nel corso del convegno “Famiglia nella Chiesa e nella parrocchia: quale partecipazione”, da cui sono tratti gli articoli che questo dossier ha proposto sin qui, mi veniva spontaneo accostarle alla lezione sulla communitas, ovvero su “alcune urgenze che la vita comunitaria, intesa in profondità e in ogni sua forma, può ricordare a tutti gli uomini e le donne in quanto tali”, che il priore di Bose Enzo Bianchi, il 25 maggio, aveva tenuto al “Martedì” conclusivo del 40° anno del Centro San Domenico: le sue riflessioni mi pareva infatti che contribuissero egregiamente a mettere in luce la prospettiva di fondo del convegno, quella di ripensare all’interazione tra comunità familiare e comunità parrocchiale come a una via attraverso la quale la Chiesa può accumulare “capitale sociale” (cf. l’intervento dell’Azione cattolica bolognese alle pp. 00-00) a favore della comunità civile. Eccone dunque alcuni riflessi. Per prima cosa, e a lungo, Bianchi ha descritto la comunità – ogni comunità: “da quella più ristretta di una condivisione totale di vita, a quella famigliare, a quella a dimensione nazionale, fino alla grande comunità umana costituita dall’intera umanità” – come il luogo del dono ma anche del dovere, della responsabilità: un insieme di persone “unite non tanto da un possesso, da una proprietà, da un di più, ma da un di meno, da un debito che ciascuno vive verso gli altri”. Un debito che comporta un dare se stessi, lungo un arco di disponibilità che va dalla propria presenza alla propria vita. “È in questo senso che va compresa l’importanza, per la dinamica di qualunque tipo di comunità, del donare la propria presenza – ha affermato Bianchi –. Dalla mancanza di presenza nascono invece le patologie di ogni forma di vita comunitaria, a partire da quella famigliare: dove viene meno la disponibilità a dare la propria presenza, la dinamica comunitaria è incapace di fecondità, resta sterile e debole”. Ciascuno deve disporsi a donare all’altro la propria presenza, a scrivere sull’architrave della propria casa: “Dov’è tuo fratello?” e a decidere di farsi a lui prossimo, perché “il mio prossimo è colui che decido di incontrare, colui che rendo vicino incontrandolo”. Il dono della presenza si sostanzia poi nel dare ascolto, che è più pregnante di ascoltare: “è fare dono all’altro dell’accoglienza decisiva: lascio che l’altro sia accanto a me, di fronte a me, lascio che lui/lei mi parli attraverso tutta la sua persona (il suo corpo, il suo vestito, il suo linguaggio, il suono della sua voce, il suo profumo…)”, e nel dare tempo: “attendere l’altro, ‘sacrificare’, ‘fare sacrificio’ del proprio tempo, il che in ultima analisi significa fare sacrificio della propria vita”. Bianchi non si è tuttavia limitato a ritrarre in modo idilliaco la communitas: “non appena acquistiamo consapevolezza di essere membra della ‘comunità umana’ e soprattutto quando entriamo liberamente a far parte di una comunità vitale più ristretta, ci accorgiamo che la comunità è luogo di epifania, di manifestazione della povertà, della debolezza, anche del male che abita ciascuno”. È proprio tenendo conto dell’altro che “sono condotto a vedere e quindi a riconoscere (e a vedere riconosciuto e accolto) tutto ciò che è in me, anche ciò che contraddice la comunità eppure mi abita e mi limita”, perché la comunità è esigente, obbliga al confronto: “quanti enigmi, quante presenze inquietanti e tenebre mostruose emergono in ciascuno di quelli che iniziano un cammino comunitario”, in una famiglia religiosa ma anche, aggiungo io, in una parrocchia o in un movimento… Si imputano “agli altri le cause dei nostri mali; emergono i propri limiti, la constatazione che ciascuno di noi sa fare bene molte meno cose di quante pensava…”; si scopre “la possibilità della concorrenza, della competitività”, e infine “si manifesta il richiamo dell’io individuale ‘senza gli altri’ e più facilmente ‘contro gli altri’: un richiamo prepotente” a sfuggire alla logica del sottomettersi gli uni agli altri. Da ultimo, Bianchi ha accostato alla communitas la logica del sacrificio e la pratica della condivisione. Oggi la parola stessa, sacrificio, suona quasi oscena, eppure “solo chi ha una ragione per la quale vale la pena fare dei sacrifici, sperimenta che la propria vita ha senso e dunque trova una ragione per vivere”. È questo che la communitas richiede, nel vero e nobile senso del termine: dono agli altri, “sottomissione delle esigenze personali al bene comune”, arte “di decidere ogni giorno di amare il non amabile, di credere all’amore anche nel rapporto con l’antipatico e l’avversario”; esercizio di perseveranza, disciplina di fraternità. E luogo di condivisione: in passato, ha sottolineato Bianchi, “si è parlato molto, soprattutto in Occidente, di povertà, ma poco di condivisione, trascurando così il messaggio propriamente cristiano secondo cui il vero nome della povertà è condivisione. Una povertà che non è condivisione è esercizio ascetico per persone che cercano la propria perfezione egoistica”. Ed ecco le parole che il priore di Bose ha posto a sintesi della sua lezione: “Il cammino della comunità è certamente un cammino cristiano (e monastico) ma credo che, in radice, sia un cammino al quale sono chiamati tutti gli uomini: l’umanità infatti è una, e ogni uomo o si colloca in una comunità, in relazione con altri, e allora si umanizza, oppure sperimenta quel cammino individualistico che ha come unico esito possibile la barbarie. E l’orizzonte della communitas è sempre aperto al futuro: ogni essere umano prima o poi se ne va, ma dopo di lui restano i figli, resta quella comunità costituita dalle nuove generazioni. Ecco perché pensare e costruire la comunità significa lavorare per la qualità della vita di chi verrà dopo di noi. (…) Questa è una via attraverso cui è possibile scoprire e assumere l’etica, che è sempre un costruire insieme la communitas, in modo da vivere con gli altri nel rispetto, nella giustizia, nella collaborazione, nella solidarietà; in modo da godere insieme della pace e della vita piena, fino a poter sperare insieme”.

 

 

Partecipanti: 

Bianchi Enzo

Menu principale

  • Centro San Domenico
  • La struttura organizzativa
  • Diventare soci
  • Agenda
  • Archivio
    • I partecipanti
  • Cappella Ghisilardi
  • E' accaduto
  • I Martedì - la rivista
  • Video

Con il contributo di

Carisbo

Collaborano con noi

  • Incontri interdisciplinari e convegni Scienza e Metafisica
  • Centro Poggeschi
  • Radio Emilia Romagna
  • Lepida
  • Convento San Domenico