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I Martedì di San Domenico
Desiderio e responsabilità nell'epoca post-moderna
La riflessione di questa sera, spiega in apertura p. Bertuzzi, è la prima del ciclo che in queste settimane del 2011 intendiamo dedicare a una ricognizione dei valori del postmoderno, di questo nostro tempo in cui prevale la visione dell'uomo liquido' (Bauman), che vive nella provvisorietà del lavoro, delle relazioni, degli affetti. Tocca al prof. Mauro Magatti, preside della Facoltà di Sociologia all'Università cattolica di Milano, offrire un'istantanea di come viene interpretato oggi, in tale contesto, il valore della libertà. Egli lo fa mostrando innanzitutto come, negli ultimi trent'anni, abbiamo conosciuto alcune trasformazioni strutturali del nostro modo di vivere: nei processi di razionalizzazione; nei mercati, divenuti internazionali; nel sistema delle comunicazioni. Queste trasformazioni, potentissime, hanno portato decine di milioni di persone a uno stadio di libertà tale da richiederci una nuova riflessione sulla libertà: che cosa è la libertà dei liberi?. È forse apertura? Idea bella ma astratta, spiega Magatti: allorché ciascuno pensa di essere libero per se stesso senza curarsi di ciò che gli sta intorno, non si accorge di vivere in un mondo dove tutti si sentono liberi, ma tutti fanno le stesse cose: così in realtà aumentano le disuguaglianze (basti pensare alle conseguenze della crisi finanziaria), e senza neppure che si scateni alcun conflitto sociale. È dunque necessario tornare a parlare di responsabilità, conclude Magatti, nel senso di saper misurare la libertà dei liberi con ciò che fa esistere e con la realtà che c'è oltre ciascuno di noi. Perché la responsabilità non viene dopo la libertà: la responsabilità è lo scheletro che tiene su i muscoli, ovvero è la condizione che fa esistere la libertà. Quando in psicanalisi si parla di perversione, si intende questa versione della libertà senza vincoli, senza limiti, spiega il prof. Massimo Recalcati, psicoanalista, docente all'Università di Pavia e alla Cattolica di Milano. È quanto Lacan spiega quando distingue desiderio e godimento, due posizioni del soggetto molto diverse tra loro. Il desiderio viene dall'altro, nel senso che non c'è desiderio che non sia apertura sull'altro desiderio, che non sia vincolo, legame: soddisfare il desiderio implica la presenza dell'altro. Condizione del desiderio è l'interdizione del godimento incestuoso della cosa: è la distanza che dà corpo al desiderio, e se questa viene meno c'è violenza, il soggetto sprofonda nella schiavitù della cosa: deve esserci una legge che separi il soggetto dal godimento. Infine il desiderio umano implica che vi sia una responsabilità: cosa hai fatto per rendere i tuoi comportamenti il più possibile coerenti con il tuo desiderio?. Il godimento invece viene dalla cosa: è un godimento dell'uno senza l'altro, fuori dal legame con l'altro. Come le dipendenze patologiche (alcol, cibo, droga¿), che sono forme di antiamore: versioni della cosa che ci offrono un godimento che uccide il desiderio. Viene dunque dal rifiuto della legge, della distanza dalla cosa. E infatti il nostro tempo è il tempo dell'evaporazione del padre. Di colui, cioè, cui spetta tenere insieme la funzione della legge e dell'interdetto: un limite che non si discute e che provoca conflitto, scontro, lotta, fino a far divenire oggetto odiato dai propri figli (e questo angoscia profondamente i genitori moderni). Ma anche di colui cui spetta trasmettere il dono del desiderio: qualcosa che non si fa col dire cosa è giusto o sbagliato, ma con la testimonianza - incarnata, non retorica e non pedagogica - di come si possa vivere in modo fecondo essendo animati dal desiderio.
Guido Mocellin


